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Il bello di essere imperfetti

La crisi che ci ha investito in pieno ha messo in discussione ogni angolo e ogni centimetro di noi stessi. Senza neanche rendercene conto, il mondo che abbiamo lasciato fuori alla porta non è più lo stesso. D’improvviso ci siamo visti catapultati in una nuova realtà, che credevamo esistesse solo nei film, con nuove regole da rispettare e nuove concezioni da imparare e assimilare.

I semplici gesti quotidiani sono diventati, e lo saranno ancora per un po’, solo un bellissimo e mero ricordo. Dite bye bye a baci, abbracci e bacetti almeno per anno. Alcuni di voi, lo so, staranno festeggiando stappando una bella bottiglia di champagne, gli inutili e stupidi convenevoli sociali per un po’ saranno messi nel dimenticatoio.

 Vi dirò la pura verità! Io appartengo a questa categoria, però conosco un sacco di persone che nonostante il periodo critico che stiamo vivendo, amano abbracciare, farsi abbracciare e fare tutte “ste moine”; non riescono a capire che gli abbracci vanno anche bene, ma vanno bene per un massimo di 15 secondi, non 76787 ore (a mano che non sei “Timothee Chalamet”). Scherzi a parte è assodato; siamo cambiati e insieme a noi, tutti quei comportamenti che ci rendevano umani.

Mi sono fatta, a questo proposito una domanda, che pongo anche a voi: in questo nuovo mondo dove non è più possibile, almeno per adesso, toccarsi, è cambiata o cambierà la concezione del corpo?

Gli antropologi e psicologi definiscono il corpo come la metafora del nostro tempo. Questo è un veicolo da usare, da vestire, da performare, ma, soprattutto, per dare forma alle nostre emozioni.

L’isolamento sociale ci ha costretti o a non vederci più, o vederci solo tramite una mascherina. Siamo rimasti noi stessi ad affrontare il nostro corpo, lo stesso che ci permetteva di comunicare con gli altri, e che è ritornato ad appartenerci. In momento come quello che stiamo vivendo, infatti, il corpo è soggetto ad un percorso di cambiamento e stravolgimento; percorso già iniziato da tempo, che ha portato e sta portando all’emancipazione soprattutto femminile. Assistiamo sempre di più, soprattutto da parte delle nuove generazioni, ad una “liberazione” dagli stereotipi e canoni che da tempo martoriavano e affliggevano il corpo delle donne.

 La concezione del corpo “perfetto” sta radicalmente cambiando, il corpo si mette in scena per quello che è, senza artifizi e ritocchi. “Siamo quello che siamo.” Sono le nostre imperfezioni a renderci unici. È proprio questo il “messaggio” che deve passare, accettarsi nel bene e nel male senza ricorrere a ideali di bellezza falsi e illusori.

Il nuovo canone di bellezza presuppone appunto una “bellezza più vera. La “veridicità” rende gli individui e i loro corpi più umani. Mostrarsi imperfetti e pieni di difetti è la normalità. Questo è diventato lo slogan di una generazione.

Una generazione non disposta più ad etichettarsi in un determinato genere, disposta a combattere contro ideali retrogradi e ormai privi di senso che hanno plasmato e ammalato intere generazioni. Le nuove lotte non si consumano solo in strada; esistono oggi veicoli e modi, a mio parere, molto “forti”. Ed è stato proprio il mondo dell’internet a dare inizio a questa “nuova rivoluzione”.

Come ci insegna la storia le rivoluzioni avvengono quando c’è qualcosa che non va, e questo qualcosa che non va deve essere in qualche modo cambiato. Ebbene si, miei cari, siamo davanti ad una rivoluzione. Che dobbiamo combattere perché siamo tutti sulla stessa barca, perché è un mio problema ma anche un tuo problema. Combattiamo per noi stessi, combattiamo per cercare di cambiare le cose.

I social, da Instagram a Tik Tok, vengono usati dai più giovani e non, come un luogo dove esprimere sé stessi. Numerose sono state le iniziative di sensibilizzazione, soprattutto in questo periodo di lockdown.

Campagne social partite appunto dal popolo del web: da Eva Longoria, che si è mostrata davanti al popolo del web con la ricrescita bianca alla fantastica Victoria B. che ha sfoggiato dei look comodi, ma pazzeschi.

Tutte e tutti hanno mostrato il lato più vero di sé. Pensate che anche la Wintour, che è la “witch” della moda, è apparsa come la Madonna rigorosamente con i suoi grandi occhiali neri, struccata e in una tuta da casa molto “chic”.

Numerose donne hanno scelto anche volontariamente di non tingersi i capelli; è nato così un vero e proprio movimento, che ha preso subito piede su instagram: tutte le donne, di qualsiasi età, si mostravano con la loro ricrescita bianca, possiamo dire di trovarci di fronte a un inno alla libertà e alla bellezza.

Un grido di allarme ma anche di speranza: sono sì una donna ma non posso essere sempre perfetta e curata.

 Il mio essere donna non dipende da ciò, sono donna anche nel mio essere imperfetta.

Il concetto di perfezione e di essere sempre poco all’altezza è alimentato dalla nostra società, e noi donne, ne siamo vittime e carnefici. Questa continua e spasmodica ricerca di essere a tutti i costi bella, perfetta, brava etc etc, lo dico sinceramente, ci sfianca l’anima.

Io, se una mattina non voglio andare al lavoro truccata, non devo sentirmi dire “ma come mai sei così pallida, stai male? Spesso vorrei rispondere così: “No, anima innocente, non avevo voglia sinceramente, questa mattina, perché mi sono svegliata con la luna storta e non devo dare di certo spiegazioni a te” ma educatamente rispondo “no, mi sono solo svegliata tardi”. Lo dico sinceramente parlando: noi siamo anche così, accettateci per quello che siamo, truccate, struccate, magre o con qualche kg in più.

Non fateci sentire sbagliate e fuori luogo. Non alimentate insicurezze e paure! Impegniamoci a creare una società che sia libera da inutili, arcaiche e stupide convenzioni.

Numerosi brand si sono avvicinati già da tempo a questo nuovo fenomeno, creando campagne per sensibilizzare i consumatori ad un’inversione di tendenza. Ne possiamo citare a milioni, perché adesso tutti siamo body positivity ma di positivo abbiamo solo il ph del sangue.

Ad ogni modo una donna che, a mio avviso, è un esempio positivo a 360 è l’Estetista Cinica.  Per chi non la conoscesse è un’imprenditrice bresciana che da qualche anno ha aperto un brand di cosmesi, Veralab. Questa, oltre ad essere una grande imprenditrice è diventata anche una influencer. Polemica al punto giusto, sarcastica e tagliente: il mio idolo.

Volendo aggiungere cose possiamo dire che non mi ha pagato o mandato prodotti per dirvi queste cose; purtroppoli compro con i miei money.

Sta di fatto che in questo lockdown, questa imprenditrice, ha fatturato 5 milioni di euro. A mio parere un genio.

Volendo tralasciare il suo carré sempre perfetto e la sua carriera bellissima e meritatissima, Cristina Fogazzi è la paladina delle donne normali, una che su Instagram si mostra davvero per quello che è. Una donna normale che affronta i piccoli e grandi problemi della vita quotidiana. Promotrice della bellezza “naturale”, sulla copertina del suo ultimo libro, che parla di cellulite, compaiono oltre al suo “fondoschiena” anche quello di altre donne.

 Un messaggio che può farci riflettere; tutte, chi più chi meno e nessuno escluso, ha la cellulite e difetti! Rassegniamoci al nostro destino. Nessuno è perfetto. L’importante però, secondo me, è essere consapevoli del proprio corpo e dei propri difetti e amarlo nella sua imperfezione. 

Un vero esempio di chi la sua influenza riesce ad usarla bene, facendo passare un messaggio positivo. Con la sua community, soprannominata da lei stessa “le fagiane”, condivide gran parte della sua vita. Infatti, a mio parere, uno dei suoi punti di forza è la sincerità, che di conseguenza si riflette nel suo brand.

La maggior parte delle sue follower, me compresa, acquista il suo brand: primo per la qualità e secondo per la sua trasparenza. Perché tutti siamo bravi a sponsorizzare thè e beveroni che promettono di far dimagrire te e la tua famiglia e anche la 4 generazione ma poi sono “fuffa”; tutti possiamo essere marchette. Diventa più difficile quando il brand è tuo, quando a metterci la faccia sei tu.

La gente necessita di trasparenza e sincerità. Non importa cosa vendi, importa il messaggio che trasmetti e gli ideali che appoggi.

I consumatori hanno bisogno di verità.

I brand vengono ormai considerati come veri e propri “avamposti” di ideali. I consumatori, molto più consapevoli, cercano brand che oltre ad essere affini al loro stile di vita, sono loro stessi creatori e portavoce di ideali.

 Il brand viene considerato quasi alla stregua di una persona, quasi come un leader che indirizza i suoi seguaci verso una determinata direzione. Quindi, più il brand appoggerà e si farà portavoce di lotte e campagne, più il consumatore si sentirà vicino e abbraccerà a pieno l’ideale promosso.

Non bisogna assolutamente sottovalutare questo aspetto perché è proprio questo che rende un brand vicino ad un determinato gruppo di persone. I consumatori prima di volersi sentire consumatori vogliono sentirsi persone, umane e non come burattini che comprano, comprano e comprano.

È proprio questo il focus su cui siamo concentrati: l’umanizzazione. In un mondo sempre più tecnologico e all’avanguardia, si cerca di umanizzare.

Si è vero la tecnologia conquisterà il mondo ed io sinceramente non vedo l’ora che inventino la macchina del tempo per scorrazzare in giro per epoche sconosciute. Nel frattempo, dovendo aspettare, mi godo il presente anche se su questo 2020, caro Paolo Fox, non hai azzeccato proprio niente; soldi e fortuna si sono tramutati in apocalisse e odissee.

Cosa ci rimane? A me sicuramente 5 kg in più, che van ben così.

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